23 Novembre 1980: la “malanotte” che piegò l’Irpinia tra foto e ricordi

” […] Guardo e cerco di capire, ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano, adesso sono macerie e sotto quelle macerie stanno sepolti gli abitanti, altrettanto invisibili che i morti di quel cimitero che vedo laggiù, con il suo recinto, e le sue file di tombe, i suoi cipressi.” Così, un giornalista d’eccezione, Alberto Moravia, andava commentando gli effetti prodotti da quei 90 disastrosi secondi che il 23 novembre del 1980 (“Unonoveottozero” nella canzone dei Molotov d’Irpinia del 2011) raserò al suolo l’Irpinia e stroncarono 2.914 vite tra Avellino e Salerno.

Erano le 19 e 34 di 36 anni fa, molte persone, intere famiglie erano davanti alla televisione, i canali erano quattro o cinque, e la maggioranza delle tv era sintonizzata sui canali Rai per rivedere uno dei due tempi di una partita di Serie A. Quell’anno l’Avellino militava in serie A e quella maledetta domenica battè l’Ascoli per 4 a 2, al triplice fischio il boato di gioia; un boato fortissimo che era, al contempo, un timido e sottilissimo lamento rispetto al silenzioso ma catastrofico urlo che avrebbe lanciato, poco dopo, la terra.

Una scossa lunga un minuto e mezzo, un tempo interminabile per chi lo ha vissuto in prima persona ed ha la fortuna di poterlo ricordare, scosse, colpì ed affondò un’area di 17.000 km² che si estendeva dall’Irpinia al Vulture, a cavallo delle province campane di Avellino e Salerno e della provincia di Potenza nella Basilicata centro-settentrionale. Tuttavia, gli effetti si estesero a una zona molto più vasta interessando tutta l’area centro meridionale della penisola (Benevento, Caserta, Napoli, Matera e Foggia). Per dare un’idea dei disastrosi effetti prodotti dal sisma si consideri che su 679 comuni dell’area interessata ben 506 subirono danni al patrimonio edilizio, solo ad Avellino 103 comuni.

6,5 scala Richter quindi X grado scala Mercalli con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania ripetevano le radio e le tv cercando di mantenere la solita oggettività e anaffettività che contraddistinguono le tipiche notizie di cronaca diffuse dai media. Ma “la malanotte”, così definita da un audiodocumentario radiofonico di Marcello Anselmo, non riusciva ad essere spiegata con parole oggettive, non era possibile. I giornali e le tv davano il numero dei morti, che giorno dopo giorno cresceva a dismisura, ma l’idea di ciò che il sisma aveva prodotto non era tutta lì. Era nelle tristi rime del “Lamento per Rosetta” di Mario Trufelli che il giorno dopo il sisma trovò la forza di mettere nero su bianco non solo il numero dei morti ma qualcosa in più, qualcosa che prende il nome di “impressione”. Quella di Trufelli non fu l’unica tragica impressione espressa. Sul sisma  fiumi di inchiostro, canzoni, pellicole, cortometraggi, documentari e rappresentazioni teatrali. Impressioni ed espressioni che vinceranno il tempo e continueranno, più dei giornali,  a raccontarci quella “malanotte” che piegò il sud.

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Molti paesi, appresa la terribile notizia, si attivarono per dare una mano, molti furono anche i militari italiani e non che si attivarono: 70 milioni di dollari, 136 uomini con 6 elicotteri della Compagnia paracadutisti del 509º Battaglione giunsero dagli Stati Uniti; 32 milioni di dollari, 1 ospedale da campo con 90 sanitari; 650 uomini e 3 elicotteri del 240º Battaglione Genio pionieri, 1 gruppo di esperti della Croce Rossa, 47 volontari-elettricisti, un gruppo di salvataggio, un gruppo depurazione e 16 cani da salvataggio con guida giunsero dalla Germania dell’Ovest. Aiuti anche dal Belgio, dall’Austria, dalla Francia, dall’Iraq, dall’Arabia Saudita, dall’Algeria e dalla Jugoslavia.

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Intanto la definitiva conta dei morti sentenziò: 2.914. Tutte queste vite spezzate accesero la rabbia dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini che non riusciva a spiegarsi i motivi dell’elevato numero di vittime si recò di persona sui luoghi della tragedia.

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Il Presidente comprese che i motivi principali furono due: la difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso nelle zone colpite e la mancanza di un’organizzazione capace di coordinare risorse e mezzi in maniera ottimale. “Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. “ dichiarò al Tg2 di ritorno dall’Irpinia.

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All’alba del 24 novembre l’Irpinia era un cimitero a cielo aperto; “qualche brandello di muro” rimasto in piedi erano le croci di quel nero cimitero. Bisognava ripartire da quel “brandello di muro” e ricostruire l’intera Irpinia e buona parte del meridione. Si stanziarono i primi soldi per la ricostruzione dei paesi e la messa in moto delle industrie ma “l’uso di 50-60mila miliardi stanziati per l’Irpinia rimase un porto nelle nebbie […] quel terremoto non aveva trasformato solo una regione d’Italia, ma addirittura una classe politica. “ (Indro Montanelli) e ancora oggi, a 36 anni da quella “malanotte”, l’Irpinia è ancora sofferente, ancora segnata, ancora bloccata. In molti comuni quei soldi non sono arrivati, in altri sono arrivati ma non sono stati utilizzati in maniera ottimale e così passeggiando in quei comuni sembra che il terremoto è appena finito, che si è al 91esimo secondo. In realtà sono passati 36 lunghi anni e buona parte dell’Irpinia è ancora lì, ad aspettare “segnali di ripresa”.

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Nato a Maddaloni il 16/05/1995. Vive a Beltiglio di Ceppaloni, un piccolo paesino della provincia di Benevento. Studia Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Salerno. Scrive anche per Benevento ZON, AlBarSport.com e Derivati Sanniti.

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