Bambole di carta giapponesi: cos’è l’arte del washi ningyo

bambolina giapponese

L’artigianato tradizionale giapponese si è diffuso in Occidente a seguito del grande successo riscosso dalla cultura pop del Sol Levante (rappresentata soprattutto da fumetti e videogiochi). Quest’ultima ha fatto da ‘traino’ rispetto agli elementi più tradizionali della cultura nipponica, facendoli gradualmente conoscere agli appassionati occidentali. Non sorprende, quindi, come ad oggi l’oggettistica di origine giapponese sia particolarmente apprezzata anche da designer e arredatori, per decorare o abbellire gli ambienti domestici.

Talvolta, articoli del genere sono apprezzati anche dai collezionisti, particolarmente interessati a raccogliere stampe, arazzi decorati e maki-e (oggetti in legno laccati), così da ricreare un angolo di Giappone tra le mura domestiche. Tra gli oggetti che si possono utilizzare a tale scopo ci sono anche le washi ningyo, ossia le tradizionali bambole di carta giapponese. Si possono reperire nei negozi specializzati in oggettistica orientale oppure online, grazie ad e-commerce come Takumiya. Gli amanti del fai da te, invece, possono cimentarsi in prima persona nella creazione di questo tipo di oggetto: di seguito, vediamo quali sono i materiali da utilizzare e la tecnica da seguire.

Come creare una bambola di carta giapponese

Per creare una bambola washi ningyo è sufficiente avere a disposizione dell’ovatta, alcuni fogli di carta di gelso (nera per i capelli, decorata per gli abiti), carta washi, un foglio di cartoncino abbastanza spesso e un paio di forbici.

La prima cosa da fare è modellare la testa, arrotolando un ciuffo di ovatta a forma di caramella; poi bisogna tagliarne i lembi per ottenere una forma ovale, più ampia da una parte e più affusolata dall’altra. Il batuffolo va poi avvolto nella carta washi, attorcigliando i lembi fino a racchiudere completamente l’ovatta.

Fatto ciò, si può procedere a creare i capelli, stropicciando un foglio di carta di gelso per creare l’acconciatura della bambola; il foglio va tagliato in tre parti (come si vede nel video dell’artista Rochelle Lum). Il lembo più grande deve essere arrotolato attorno ad un filo di cotone e poi chiuso per formare il retro dell’acconciatura; lo stesso procedimento si ripete con il lembo più sottile per creare la parte frontale e con la terza striscia di carta (avendo cura di creare una sorta di fiocco con quest’ultima).

Fatto ciò, le parti della capigliatura vanno unite alla testa, attorcigliando i lembi di carta così da creare un lungo collo filiforme, attorno al quale avvolgere l’ovatta per creare il corpo. Per realizzare il kimono, si ricava la forma da un cartoncino dal quale ritagliare le varie parti dell’abito. Per ‘vestire’ la bambola, basta piegare i due lembi della carta di gelso decorata, avendo cura di sovrapporre il lembo sinistro a quello destro e inserire le maniche l’una nell’altra. Infine, si avvolge la bambola in una fascia (obi) che viene incollata sul retro.

Storia

L’artigianato tradizionale giapponese ha una lunga storia legata alla produzione di bambole e simili, fin dalla preistoria dell’arcipelago. Naturalmente, quelle di carta si diffusero solo con l’introduzione in Giappone di questo tipo di materiale; la carta tipica giapponese si chiama appunto “washi” o “wagami”, venne introdotta dai monaci buddhisti provenienti dalla Cina tra il 5° ed il 6° secolo d.C. (è la stessa che si usa per l’origami).

Per quanto riguarda, nello specifico, le washi ningyo, esse rappresentano una evoluzione delle cosiddette “anesama ningyo” e si diffusero a partire dall’inizio 16° secolo; a differenza di queste ultime, non sono bidimensionali ma hanno un volume ben definito, ed erano particolarmente apprezzate dalle ragazze. Le figure venivano modellate ispirandosi ai più famosi personaggi del teatro Kabuki, del No e delle stampe dell’Ukiyo-e (che ritraggono tutti gli aspetti e le figure più caratteristiche del Giappone dell’epoca); tradizionalmente, le bambole washi ningyo non hanno occhi, naso o bocca in quanto l’espressione del viso dipende dall’immaginazione di chi le utilizza.

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