Black Mirror: cosa funziona e cosa no

fontefoto: notizie.it

Prima che Netflix acquistasse i diritti della serie, espandendo la sua fama ad un pubblico più vasto, Black Mirror era una miniserie britannica antologica che, dal lancio del 2011 contava una stagione in cui erano presenti solo tre episodi. La serie televisiva è andata rinnovandosi di anno in anno, ma fino al 2013, ancora non aveva raggiunto un pubblico elevatissimo.

Successivamente al 2014, dopo lo special di Natale, la serie si è presentata al mondo intero esattamente così com’è: una forte satira sulla tecnologia che permette allo spettatore di riflettere su quanto l’uso eccessivo di essa possa essere pericoloso e condurre a spiacevoli finali. A cosa è dovuto il successo di questa serie che da mesi è sulla bocca di tutti?

Charlie Brooker ha creato un argomento delicato e di facile manipolazione ma il successo sta nella resa. Ci sono molti modi per parlare del pericoloso uso della tecnologia ma Black Mirror è un pugno nello stomaco a ogni episodio. Una profonda verità che scotta lo spettatore a più ripetute, questo perché probabilmente è consapevole di star osservando in quel momento una parte di sé.

Anche se all’interno sembrano esserci elementi futuristici, come strumenti che permettono di rivedere i propri ricordi e di poterli mostrare anche agli altri come fossero scene di un film o essere in grado di silenziare una persona, in realtà non sono altro che l’estremizzazione di ciò che quotidianamente usiamo.

“Se posso bloccare qualcuno su Facebook, come sarebbe se avessi il potere di bloccarlo nella vita reale?” Questo è uno dei punti chiave che affascina soprattutto coloro che amano questo tipo di genere, in cui c’è una forte componente drammatica.
Nonostante ciò, ci sono anche coloro che all’interno della serie hanno notato espressioni di carattere cinico come, rassegna e nessuna possibilità di salvezza. Il messaggio che lancia sembra arrivare quasi come suono di propaganda. Non c’è positività, solo continua sofferenza e nessun riscatto. Tanto vero quanto non, poiché il messaggio che farebbe pensare ad un Happy Ending è velato e bisogna cercarlo con attenzione.

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Nato a Salerno nel 1993. Studia presso La Casa del Batterista.
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